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La prima rilevazione statistico-demografica a Osio Sopra.

Leggendo l’articolo dedicato alla specie botanica protetta Dens Canis L., apparso su un recente numero di Micro Osio, mi sono ricordato di un’altra specie botanica che nel XVI° secolo veniva coltivata, lavorata e commercializzata dalla popolazione di Osio Sopra e più in generale dai bergamaschi: il Guado ovvero l’ Isatis tinctoria L. appartenente alla famiglia botanica delle Brassicaceae.

A suo modo anche questa pianta venne ‘rigorosamente’ protetta poiché all’epoca rappresentò un’importante fonte di reddito per la popolazione al punto che, oltre alla cura protettiva manifestata anche dagli Osiesi, si aggiunse quella del fisco della Serenissima che vi applicò una specifica tassa denominata ‘della semina del Guado’.

La sua importanza economica fu indotta dalla filiera del tessile e, più nello specifico, dal processo di tintura dei panni di lana il cui colorante, chiaramente di origine vegetale, derivava proprio dalla Isatis tinctoria L.

La fonte d’informazione è contenuta nel resoconto statistico-inventariale effettuato dal capitano Giovanni da Lezze che nel 1596 consegnò al governo centrale la sua Descrizione di Bergamo e suo territorio [].

Discendente da una nobile e facoltosa famiglia veneziana, fu nominato alla reggenza di Bergamo il 17 aprile 1595 all’età di 41 anni.  Alla fine del suo mandato, che scadde ad ottobre dell’anno successivo, il rettore non presentò la solita breve relazione di prassi ma, al suo posto, produsse un corposo ‘resoconto statistico-inventariale[] contenente tutta una serie di dati sensibili che toccavano gli aspetti geografici, economici, agronomici e militari propri della bergamasca.

Il valore del lavoro fu tale che, il 21 ottobre 1596, le massime autorità di governo, dopo aver lodato la cura applicata dall’autore per la sua realizzazione, ne disposero la ‘secretazione’. Va ricordato che lo scopo principale di questa tipologia di rilevazioni era quello di recuperare dati utili ai fini fiscali, ovvero aggiornare i valori dei prelievi, le cosiddette ‘caratte’, con l’obbiettivo di soddisfare al meglio il fabbisogno di cassa fissato annualmente dal governo dello Stato Veneto. Per garantirsi l’incasso, al di là del puro e freddo meccanismo contabile, la fiscalità della Repubblica venne gestita in modo tale da usare tutti quei fattori che finirono col costituire le ‘opportunità’ politiche locali. 

Dopo il territorio bergamasco bisognava conquistare la fedeltà e il rispetto dei bergamaschi i quali, agli inizi del nuovo dominio, presentavano diffidenza, soprattutto nelle valli dove la fedeltà al vecchio ordinamento era stata mantenuta salda e le varie comunità avevano pagato a caro prezzo quando i Veneziani ebbero la meglio.

Il riconoscimento delle autonomie territoriali da una parte e la concessione di talune esenzioni fiscali dall’altra furono due efficaci strumenti che permisero l’acquisizione di una fedeltà assoluta da parte delle comunità che furono così ben motivate ad accaparrarsi, attraverso la buona condotta, i privilegi derivanti [].

Un pezzo di storia della nostra Osio Sopra in quel lontano ‘500 la cui vita degli abitanti e il loro benessere finì con l’impattare col ciclo vitale di questa pianta utilizzata per la produzione di un colorante per tingere i panni. Gestione sapiente e oculata dell’ambiente che subì modifiche finalizzate all’economia derivante dai processi della sua lavorazione: corsi d’acqua canalizzati per far funzionare le mole per la sua macinatura, spazi rurali dedicati per il macero e il trattamento chimico, fino al prodotto finale in polvere, pronto per la sua commercializzazione.

La relazione del ‘da Lezze’ così come le annotazioni toponomastiche riportate nel registro degli ‘Stati delle anime’ della nostra parrocchia conservano le tracce di questa vitalità e di questo vissuto.

Dens canis o più correttamente Erythronium dens-canis L. la specie botanica individuata e descritta dall’ignaro autore dell’articolo di Micro Osio, che mi ha portato dunque a questo collegamento mentale con la Isatis tinctoria L., facendomi calare lungo la Storia e quelle tracce documentali che ebbi modo di consultare tempo addietro e che qui, ora vi propongo.

 

Le attività agricola e zootecnica rapportate alla ripartizione delle proprietà terriere nella Osio Sopra del 1596

Il patrimonio zootecnico censito dal da Lezze era composto da 84 bovini e 56 cavalli (Tav.1), con una netta prevalenza dei bovini sugli equini anche presso le altre comunità di confine. Totalmente assenti invece gli ovini, in netto contrasto sia con l’andamento della quadra di Mezzo (che ne contava 4.058 capi), che con quello dell’intera bergamasca (47.125 capi). Bovini, equini e ovini costituivano un forte legame con le più importanti attività economiche dell’epoca: l’agricola e quella tessile  poiché erano fonte di energia, di concime di buona qualità e di lana.

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La proprietà delle terre coltivabili (vera e propria ricchezza economica) era ripartita tra due grossi soggetti economici: le famiglie nobili (possidenti) e il comune (i residenti) mentre seguivano, in tono a volte preponderante, le proprietà della Chiesa. La peculiarità di questo aspetto per Osio Sopra stava nel fatto che, nel 1596, il quantitativo di terre in mano al comune superava quello dei signori della città (53% contro un 47%).

La differenza, infatti, era netta rispetto agli altri comuni confinanti dove l’assetto delle proprietà era invece a completo vantaggio dei signori della città con una quota percentuale che oscillava tra l’84% e il 95% (Tav.2). Un equilibrio di ripartizione che era in controtendenza anche con l’andamento della stessa Quadra di Mezzo: 72% alla città contro il 28% ai comuni.

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Per capire però che cosa volesse dire lavorare sulle terre di proprietà dei possidenti, occorre dare un’occhiata tra gli atti rogati dal notaio Giacomo Zanchi, che operò in zona tra il 1502 e il 1528. 

Tra di essi ve n’è uno che riguarda una locazione di 792 pertiche di terra distribuita tra Mariano, Dalmine e Osio Sotto [].  Il conte Luca Brembati, proprietario, le locava a tre fratelli al prezzo di 40 soldi alla pertica, con l’impegno, alla cadenza di S. Martino, di corrispondere anche beni in natura come vino, capponi, suini, ecc.  

Ma accanto a questi oneri, si aggiungeva anche un elenco di obblighi come: la rimozione dei massi dalle terre, la piantumazione annuale di alberi e di viti, la fornitura di tutta la paglia e il fieno che il conte avesse richiesto, la consegna di metà del legname risultante dalle operazioni di taglio e la partecipazione alle spese per l’acquisto di metà dei materiali edili necessari alla costruzione di un edificio che il proprietario avesse deciso di edificare sulle suddette terre. Solo dopo il primo biennio di locazione, i tre fratelli avrebbero potuto recedere dal contratto. La disdetta contrattuale avveniva previo il saldo di tutte le pendenze in essere e la riconsegna dei materiali, delle attrezzature, del patrimonio zootecnico e delle riserve alimentari accumulate per conto della proprietà.

Il territorio di Osio Sopra era attraversato da tre corsi d’acqua artificiali o rogge: il Serio, la Seriola e la Marzola. Esse dovevano servire per il soddisfacimento del fabbisogno idrico della popolazione, per l’irrigazione dei campi coltivati e per la fornitura di forza motrice per l’unico molino esistente e le sei mole utilizzate per la macinazione del guado.

Scriveva il da Lezze: ‘…Nella terra non vi sono ricchezze, …non vi è di mercantia di alcuna sorte se non che se affitta il guado che ogni uno semina o poco o tanto, in suma pertiche 150 et vi sono sei mole che lo macinano’ []

Il guado (o gualdo), è un’erba biennale la Isatis tinctoria dalla quale si estraeva un colorante utilizzato per tingere i panni di lana: l’indaco. In Italia la sua coltivazione si protrasse per un periodo compreso tra il 1300 e il 1700 e per la Lombardia, più marcatamente, tra il ‘400 e il ‘500. Questa coltivazione costituì una non trascurabile risorsa economica al punto che la Serenissima vi applicò, come abbiamo già detto, un dazio sulla sua semina.

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Isatis Tintoria L. (fam. Brassicaceae)

Estrazione del pigmento

Processo di tintura dei panni

Nella valutazione introduttiva sulle attività economiche proprie della Quadra di Mezzo, il da Lezze, dà dettagli specifici per questa tipologia di coltivazione (non destinata a fini alimentari) il cui colorante, come abbiamo visto, ‘…se adopera nelle tentorie…’ []. Veniva seminato tra febbraio e marzo preferibilmente sulla porzione di terra dove era stato coltivato il miglio, e si effettuavano dai 4 ai 5 raccolti durante l’estate successiva. La pianta presentava il grande vantaggio di non depauperare eccessivamente il terreno che poteva così essere rilavorato per il successivo ciclo produttivo agrario ‘…ingrassa et non smagra…’  [] senza eccessive lavorazioni preparatorie. All’epoca il valore della specifica caratta (resa fiscale), era di 10 scudi a pertica e a Osio Sopra (nella rilevazione del 1596), ne erano state destinate 150.

Oltre al frumento, agli altri cereali panificabili (come segala, farro e miglio), ai legumi e al maggese, in Osio Sopra si produceva anche vino;  una serie di documenti, appartenenti al genere delle polizze d’estimo, indicava che, sul finire del secolo, la quota di terra coltivabile destinata a vigneto era pari al 20% [].

All’epoca la pratica agricola più seguita dalle comunità delle quadre di pianura fu quella della cosiddetta ‘piantata,’ ovvero un sistema di coltivazione il cui avvicendamento tra grano, cereali minori e maggese, poteva garantire una resa più accettabile. Si seguiva in pratica il classico schema della rotazione triennale poiché una superficie agricola veniva divisa in 3 parti: una destinata al grano, un’altra, per esempio, al miglio e l’ultima porzione veniva lasciata a riposo, quindi a maggese. Era noto infatti che sullo stesso terreno non si poteva coltivare per 2 anni consecutivi il grano.

Con i legumi e le castagne, seccate e macinate, si preparavano dei succedanei delle farine di frumento che, nei periodi più grami, da un ruolo marginale passavano  ad uno centrale della dieta umana.

Venezia soleva intervenire, in tempi di carestia, con forniture d’aiuto a base di ‘grani minudi’, cioè con legumi anziché frumento. Lenticchie, fave, piselli neri, bianchi e bigi venivano forniti regolarmente anche alle colonie nel Mediterraneo. Il miglio non era da meno e, oltre tutto, aveva un altro grande pregio: si conservava meglio del frumento, un’ottima prerogativa per il vettovagliamento strategico delle armate di terra e di mare.  Nei campi dedicati alle graminacee, alle poligonali e alle leguminose si trovava spazio anche per le viti (oltre ai veri e propri vigneti) che venivano fatte crescere sugli alberi ad alto fusto che delimitavano il perimetro del campo. Col tempo tuttavia sarà il gelso ad acquisire la prevalenza a causa della bachicoltura.

Ma, inutile dirlo, le graminacee la facevano da padrone poiché erano la base del sostentamento nutrizionale dell’epoca: frumento, farina e pane, secondo Braudel, erano gli elementi di una triade ferrea che governava la vita degli Europei. I cereali panificabili erano divisibili in 2 grandi gruppi: da una parte il grano (tenero per il Nord Europa e duro per il Sud), dall’altra quelli minori tra i quali abbiamo il farro (all’epoca chiamato spelta), il miglio, l’avena, la segala e l’orzo.

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Tutti venivano macinati e abburattati in varia misura, nel caso del farro si faceva anche la  tostatura, per poi finire in miscele di farine da destinare alla panificazione [].  Dunque il pane di frumento (bianco o fatto con farine miste), le farinate (di miglio e avena), e le polente (una miscela tra orzo tostato e miglio), costituirono la principale componente del pasto dell’uomo europeo nel XVI° secolo.

Nonostante il mais fosse già diffuso in Europa e nell’Italia, il suo consumo stentava ancora a partire a causa della naturale ritrosia per le modifiche alle abitudini alimentari che solitamente le popolazioni manifestano in condizioni non coercitive. La famosa polenta di mais, in questo periodo storico, era pressoché sconosciuta ai più.  Alla copertura della quota proteica giornaliera, molto più vincolante per lo sviluppo e il mantenimento dell’organismo umano, dovette dare una buona mano il patrimonio bovino. Non è certo azzardato ipotizzare un consumo frequente dei derivati del latte, formaggi in particolare, con conseguente premessa di una buona conoscenza della pratica casearia.

 

Gli eventi climatici: l’inizio della piccola glaciazione

Una interessante informazione arriva anche dagli studi dei clima-tologi: il periodo temporale compreso tra il 1550 e il 1850 fu caratterizzato dal ripetersi di inverni freddissimi, per un marcato raffreddamento generale del clima terrestre.  Questo periodo, le cui cause non sono ancora note, è conosciuto col nome di ‘piccola glaciazione’ ed è stato responsabile dell’espansione dei ghiacciai sulle Alpi. Le cronache riportano la descrizione di inverni con Venezia, la Dominante, a -17°C, bloccata da una calotta lagunare di ghiaccio avente uno spessore di 40 cm (il fenomeno si ripeté poi negli anni: 1740, 1747 e 1755).

In quelle condizioni climatiche, narrano sempre le cronache, i soldati potevano marciare da Mestre al Canal Grande camminando direttamente sul pack. Temperature così basse provocano danni consistenti anche a piante notoriamente più resistenti al gelo come: i meli, i peri, i noci, ma uccidono gli ulivi e le viti. A livello di economia agricola l’impatto più diretto fu sulla capacità di produzione delle scorte alimentari annuali che generò un naturale avvicendamento tra periodi di magra e periodi di abbondanza.

I prezzi subirono spinte al rialzo, con oscillazioni più vistose nel ventennio compreso tra il ’20 e il ’40 [], difficilmente contrastate dalle fragili economie dei minuscoli Stati italiani, inseriti tra l’altro in un contesto, l’Italia, che aveva perso importanza sullo scacchiere politico europeo di questo secolo.

La Repubblica di Venezia costituì una modesta eccezione (insieme a buona parte della Lombardia), grazie alla sua organizzazione per il controllo e la gestione del territorio, di cui abbiamo già discusso.

Qui i contadini vissero condizioni migliori, rispetto ai loro omologhi delle altre regioni italiane ma, quelli senza terra entrarono comunque in una sorta di mondo declassato che li trasformò in diseredati, affamati cronici e sbandati, facili prede delle parassitosi e delle malattie infettive. In Osio Sopra questa piaga, vista la particolare ripartizione delle proprietà dei terreni agricoli tra comune, Chiesa e nobili, è probabile che sia stata più contenuta rispetto alle comunità confinanti al punto che, tutto sommato in quel secolo, guerre escluse, non si dovette vivere male e più di un pasto al giorno dovette essere assicurato per tutti.


 GB'58 (Maggio 2016)

Scheda di approfondimento dell' ISATIS TINCTORIA L.


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