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gattoLa protagonista di questa storia è una donna di Osio Sopra. Era uno di quei donnoni di una volta nel suo immancabile "pedàgn" grigio-scuro, con i fiorellini grigio-chiaro, lungo fino alle caviglie. Abitava in "Rochèta" e tutte le mattine si alzava presto per preparare la colazione a marito e figli prima che andassero nei campi a lavorare "a fò".

Dopo aver fatto le camere e i letti, la signora tirava l’orario di preparare il desinare "ol disnà" lavorando a maglia o rammendando i calzini, seduta sulla sua poltrona e chiacchierando con le amiche che venivano a farle compagnia. Era una di quelle poltrone in finta pelle rossa inchiodata alla struttura in legno con le borchiette dorate. In questa poltrona la signora entrava "di misura" e quando si rialzava faceva il rumore del sottovuoto tanto le calzava a pennello.

Era anche la poltrona preferita del suo gatto che non aspettava altro che la signora la liberasse per mettersi in panciolle a dormire.

Ebbene un giorno, in tarda mattinata, pare che la signora, sprofondata nella sua poltrona in finta pelle rossa, se ne sia uscita con un serafico: “ma, chissà pó, l’è töta matina che ède mia ’l gat”.


 BGp (Agosto 2015)

Tratto da "Osio Sopra, il patrimonio immateriale di una comunità" di Gianpietro Bacis pubblicato nel 2012.